Amici,
riprendo un artico di Mario Giordano del Giornale,
dove ci racconta quanto segue.
In fondo alla pagina potete lasciare, se lo ritene opportuno,
il vostro commento. Leggiamo insieme.
Caro Santoro,
anzi caro onorevole, visto che m’ha chiesto di chiamarla così, so bene
che quando si è invitati nei salotti altrui non è buona educazione
raccontare al mondo quel che ci si è detti. Ma siccome quel salotto era
in diretta su Raidue in prima serata, davanti a svariati milioni di
telespettatori, mi permetto di infrangere le regole. Non me ne vorrà.
In fondo lei di regole infrante è un maestro. E, in effetti, dopo aver
fatto a pezzi quelle della par condicio e del buon senso, l’altra sera
ha definitivamente massacrato anche quelle del buon gusto e della
civiltà. Missione compiuta, olé.
Il suo ultimo Annozero, mi permetta, è stato
uno spettacolo squallido, un atto di sciacallaggio ributtante, che non
mette più la polemica sull’asse di ciò che è di sinistra o non di
sinistra, ma di ciò che è civile e ciò che non lo è più. E mi chiedo se
sia possibile che lei e i suoi sottopanza siate così accecati dall’odio
e dalla faziosità da perdere non dico l’equilibrio politico, che quello
l’avete già perso da tempo, ma anche il senso di umanità.
E che non vi
rendiate conto che tutto questo vi porta lontani dal Paese reale, dal
sentimento diffuso di commozione e solidarietà, dall’Italia che si
unisce di fronte alla sofferenza, per una volta provando a ragionare
non per schemi di partito, ma secondo bisogni, urgenze e necessità.
Provi a togliersi per una volta la giacchetta da europarlamentare, caro
onorevole Santoro, provi a togliersi per una volta i paraocchi del
katanga in servizio permanente effettivo. Vedrà che in Abruzzo c’è
un’umanità dolente e dignitosa, lacerata e orgogliosa, che non chiede
bandiere di partito né polemichette pretestuose. Chiede risposte
concrete. Responsabilità. E serietà. Per una volta, proviamoci, anche
noi, che abbiamo per le mani il bene prezioso dell’informazione.
Proviamoci a togliere la maglietta di parte e a guardare la tragedia
senza pensare a quel che ne potremmo guadagnare in termini di marchette
politiche. Proviamo a essere seri. E lei che è un gran professionista
lo sa: attaccare la Protezione civile per il ritardo nella consegna di
una bottiglietta d’acqua (una! Su 27mila sfollati!), mentre ci sono le
bare dei morti ancora aperte e i soccorritori che rischiano la vita fra
le macerie, non è serio. Anzi, sarebbe perfino ridicolo, se non fosse
tragico.
Tragico per le vittime, innanzitutto.
Ma
tragico anche per lei, per la sua squadra avvilita nei bassifondi della
polemica, per la sua professionalità ridotta a zerbino in nome
dell’ideologia, per la sua umanità schiacciata sotto il peso dell’odio
politico.
In Abruzzo i soccorsi hanno funzionato. Lo sanno tutti, lo
dicono tutti.
I volontari sono stati eroici, hanno salvato decine di
vite umane.
Le tendopoli sono state operative in tempi record. Non c’è
stato caos, non c’è stata disorganizzazione. Tutti gli osservatori,
italiani e stranieri, di destra e di sinistra, hanno potuto notare che
per la prima volta sul luogo della tragedia si è sentita forte e
tempestiva la presenza dello Stato.
Chissà perché gli unici che non se
ne sono accorti sono stati i suoi inviati, poveri kamikaze spediti sul
posto a cercare disperatamente di trasformare una efficiente opera di
soccorso nella Caporetto di Bertolaso.
Per altro, mi lasci dire, caro onorevole, evidentemente lei non è più
il maestro di un tempo, l’esperienza a Bruxelles l’ha rammollita o gli
allievi sono scarsi: ammetterà che hanno lavorato proprio male.
La tesi
si poteva argomentare in modo assai migliore, di voci contro, in quella
situazione, se ne potevano raccogliere un’infinità.
E loro, invece, gli
sciagurati di Caporetto, che cosa le hanno portato in pasto? Una
bottiglietta d’acqua consegnata in ritardo, lo sfogo di un medico
chiaramente sfinito e poco altro. A guardare bene, tutte interviste
forzate, con domande tranello, risposte indotte e montaggi con tagli
spericolati. Poca roba, lo sa anche lei, chissà come li avrà sgridati
nella solita riunione che fate il giorno dopo per esaminare, minuto per
minuto, gli errori commessi in trasmissione. E che dirà allora di quei
collegamenti con Ruotolo? Erano così noiosi… Ci voleva tanto a
trovare qualcuno che dicesse «Bertolaso è un incapace» con efficace
sintesi televisiva? Evidentemente nemmeno Ruotolo è più quello di una
volta…
Su, onorevole Santoro, sia sincero: in fondo
portare in tv qualcuno che si lamenta contro la Protezione civile in
mezzo a 27mila sfollati non è mica una missione complicata. Se vuole
gliene troviamo altrettanti in cinque minuti anche qui nel centro di
Milano, dove pure la gente non ha patito sulla sua pelle il terremoto.
La scarsità delle testimonianze da voi raccolte è una conferma (se ce
ne fosse bisogno) che la Protezione civile ha funzionato bene. Ma mi
resta un dubbio: possibile che non abbiate incontrato nemmeno uno che
ringraziava i soccorritori? Possibile che non vi sia venuto in mente di
intervistare così, en passant, anche uno della Protezione civile? Non
li avete trovati? Ruotolo è così bollito?
Lei dice bene che non si può sventolare
l’eroismo dei volontari come pretesto per non parlare dei problemi.
Siamo d’accordo. Ma non si possono nemmeno sventolare i morti come
pretesto per dire fregnacce. Voi, invece, l’avete fatto.
Scientificamente. Per tutta la trasmissione. A cominciare da Ruotolo
che esordisce lasciando microfono libero a un uomo esasperato che
insulta le divise. E poi la bottiglietta d’acqua e altri lamenti. E poi
la piccola teoria degli schizzi di fango. E poi la presidente della
Provincia che se la prende con le istituzioni (e lei che cos’è signora,
mi scusi?). E poi il suo sarcasmo, dottor Santoro, fra Kgb, caschi e
altre cose che voleva mettersi in testa (a mettersi un po’ di buon
senso, ci ha mai pensato?). E, infine, soprattutto la ciliegina sulla
monnezza, cioè le spaventose vignette di Vauro, dove si ironizzava
sulla cubatura dei cimiteri, l’ampliamento edilizio delle bare e,
ancora, la ridicolaggine dei soccorritori.
Lasciamo da parte i malinconici dettagli:
Travaglio che legge (per altro con inesattezze) verbali da questurino
di provincia e il magistrato candidato De Magistris, investito
ufficialmente del ruolo di censore dei furbetti (avete capito bene: il
furbetto dei Valori eletto a simbolo di censore dei furbetti, che è un
po’ come fare tenere ad Adriano un corso contro l’alcolismo). Lasciamo
da parte i malinconici dettagli, non restano che le fregnacce. E che
sono fregnacce lo sa anche lei, caro onorevole Santoro. Per tutta la
settimana, nei colloqui con i suoi collaboratori, mi è stato detto che
trovava sciocco insistere sulla prevedibilità dei terremoti, sulla
cassandra Giuliani, sulla questione dell’emergenza, perché il vero
problema è quello edilizio. Sacrosanto. Il vero problema è che in
Italia ci sono 7 milioni di case a rischio, di cui 80mila sono edifici
pubblici. Il vero problema è quell’ospedale dell’Aquila inaugurato nel
2000, dopo vent’anni di lavori, e che ora è inagibile. Il vero problema
è il decreto del 2004 che prevedeva costruzioni antisismiche e che è
sempre stato rinviato. Il vero problema è che occorre una grande opera
di rottamazione edilizia e di ricostruzione. Questo è il punto. Voi lo
sapevate benissimo. Dietro le quinte se ne conveniva.
E allora perché, invece, avete messo in scena solo un vergognoso
processo alla Protezione civile? Forse perché il problema delle case
costruite male non può essere addossato in nessun modo a Berlusconi?
Forse perché vi siete accorti che, anzi, il piano casa appena varato
andava proprio nella direzione dell’auspicato rinnovamento edilizio?
Forse perché il ritardo delle norme antisismiche non è colpa di un
sottosegretario del vituperato centrodestra, ma di una cultura del
Paese che riguarda tutti?
Forse perché il primo a firmare quel rinvio è
stato proprio Antonio Di Pietro, nume tutelare del furbetto
anti-furbetti De Magistris?
Dev’essere così, è chiaro. Ma il risultato
è vergognoso.
Noi speravamo di parlare dei problemi seri.
Su questo
giornale l’abbiamo fatto, fin dal primo giorno, senza nascondere nulla,
con dati e cifre, denunce e accuse fondate su abusi e inadempienze
nelle costruzioni. Voi invece avete preferito affidarvi alle beghe da
cortile, avete ritirato fuori la madonna del radon, l’autodidatta
Giuliani, avete mestato nel torbido raccolto sul fondo della
disperazione con un unico scopo: mettere nel frullatore chi da cinque
giorni lavora, rischiando la vita e senza risparmiare energia, per
ridare speranza all’Abruzzo.
Mi chiedo perché, caro onorevole Santoro.
della trasmissione faceva nobilmente appello al Paese che vogliamo
lasciare ai nostri figli, ecco, le chiedo se davvero lei vuole lasciare
ai suoi figli un Paese così, in cui nemmeno di fronte a 290 morti si
trova la forza di mettere da parte i biechi interessi della politica di
giornata. Se davvero vuole lasciare ai suoi figli un Paese in cui si
irridono i volontari, magari solo perché vestono una divisa (si capisce
la divisa non fa chic come l’orecchino e il jeans strappato…). Se
davvero vuole lasciare ai suoi figli un Paese in cui di fronte
all’emergenza ci si continui a sentire uomini di parte prima che
uomini. Avevamo avuto una speranza nei giorni scorsi. Avevamo visto un
clima diverso. Avevamo trovato commenti per una volta sensati a destra
e a sinistra, avevamo trovato persone capaci di capire che il dolore e
la sofferenza, pensi un po’ Santoro, contano persino più dell’essere
berlusconiani o antiberlusconiani. Avevamo sperato che di qui potesse
nascere un’Italia più civile.
le vignette e la sua bottiglietta d’acqua.
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